
Fonte: I testi sono tratti da:
I testi sono stati modificati e adattati per le esigenze del sito mantenendo invariate le qualità delle informazioni.
Inarzo si trova, immersa nel verde, adiacente la Palude Brabbia (oasi
naturale della LIPU), a pochi chilometri da Cazzago Brabbia e da Bodio Lomnago.
Quì ha sede il Centro visite della Palude Brabbia.
Nonostante il nome di Inarco sembri derivare da un latino in arce, cioè
“luogo elevato e fortificato”, oppure secondo l’interpretazione
dell’Olivieri da in arso, a significare “nel luogo bruciato”,
la principale caratteristica naturale del territorio comunale è una zona
umida, la Palude Brabbia, oasi che dal 1985 è stata dichiarata protetta
dalla Regione Lombardia.
Il valore ambientale delle specie animali e vegetali, come poiane, libellule
e il raro Hydroporus nivalis, oltre alle belle ninfee che si possono ammirare
e qui trovano il proprio habitat, richiama molti appassionati di birdwatching
e naturalisti in cerca di luoghi incontaminati.
Ma non è sempre stato di questo genere idealista il rapporto degli Inarzesi
con la Palude Brabbia.
Abituati da lungo tempo a considerare le risorse ambientali come mezzi di
sostentamento, gli abitanti del territorio hanno sfruttato saggiamente la
zona per approvvigionarsi di torba da destinare al riscaldamento delle proprie
abitazioni e per la pesca.
Fin dal secolo XVI erano state avanzate proposte per il prosciugamento
della Palude, al fine di evitare le malattie derivanti dalla vicinanza
con la zanzara anofele, che prolifera nell’ambiente umido, e di ricavarne
terreno agricolo che, per la presenza della torba, si sarebbe rivelato particolarmente
fertile.
La bonifica non ebbe però mai luogo e si procedette piuttosto all’estrazione
della torba, attività in cui fino all’inizio del nostro
secolo erano impegnati molti degli abitanti dei territori vicini.
Le fonti storiche sul paese non risalgono a prima del 1300, quando, nel
Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, Goffredo da Bussero individua in Inarzo,
per errore di grafia detto marzo, la chiesa di San Pietro, vale a dire
quella che attualmente viene chiamata la ̶o;chiesa vecchia” per
distinguerla dall’edificio di culto più recente.
Le altre notizie che riguardano la vita del paese si ricavano ancora dalla
storia ecclesiastica e da qui apprendiamo che nel 1398 un certo Jacobus
de Inarzio, presbitero, risultava titolare di una cappella sita nella chiesa
di San Babila a Milano, oltre che di una rendita in una cappella vicina.
Gli Inarzesi provvedevano fin dal 1579 al mantenimento del proprio curato
e, dopo la scorreria dei soldati francesi in coincidenza con la battaglia
di Tornavento del 1636, che aveva incendiato molte corti agricole e causato
danni alla chiesa, il popolo decise di contribuire all’opera di costruzione
della nuova parrocchia, terminata nel 1671 e dedicata ai Santi Pietro e
Paolo.
Da un documento redatto in occasione della morte del cardinale Federico
Visconti, detentore del feudo di Albizzate, di cui anche Inarzo faceva parte,
risulta una descrizione della vita economica del paese, fornito di una macelleria,
un forno per il pane e un’osteria.
L’attività economica principale comunque, come appare anche
dalle mappe del Catasto Teresiano del 1724, è quella agricola, che
continua a rappresentare la maggiore fonte di reddito anche nel secolo successivo,
fino a quando la Filatura Borghi di Varano diviene meta giornaliera di molte
lavoratrici del comune.
Il Novecento porta novità di rilievo nella struttura amministrativa
ed ecclesiastica, con la separazione della parrocchia di Bernate nel 1901
e, cosa di maggior rilievo, l’erezione nel 1958 del comune autonomo
di Inarzo, fino ad allora unito a Casale Litta.
Non avendo avuto uno sviluppo industriale consistente negli ultimi decenni,
il comune di Inarzo vede molti dei propri abitanti impegnati lavorativamente
presso località vicine, mentre una parte è occupata presso una locale azienda
tessile o in piccoli laboratori artigiani.
Dichiarata, con un decreto ministeriale del 1984, zona umida di interesse
internazionale.
Questa torbiera copre una superficie di oltre 450 ettari ed è attraversata,
lungo il margine occidentale, dal canale Brabbia, che congiunge il Lago
di Comabbio con il Lago di Varese.
Oggi la torbiera è una riserva naturale, ma nel passato era
una importante risorsa per le comunità locali.
La torba è un combustibile fossile composto da residui di piante
palustri che crescono sul fondo dei laghi o degli stagni.
In queste zone ricche d’acqua, l’estrazione della torba
era un lavoro molto comune, ma né facile né leggero.
Il lavoro estrattivo prevedeva la mondatura della superficie dall’erba,
dalle canne e dalla terra, si procedeva poi ad effettuare un primo scavo
di sondaggio e infine si estraeva la torba vera e propria con il luscée,
ovvero una vanga quadrangolare dotata di un lunghissimo manico.
Il materiale estratto veniva modellato in mattonelle, poi ammucchiate e lasciate essiccare durante i mesi più caldi dell’anno, tra maggio e luglio.