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NOTIZIE ENOGASTRONOMICHE DALLA RIVISTA DI ENOGASTRONOMIA: DEGUSTA (www.degusta.it)

Notizia del 12 maggio 2010

DECRETO INAUDITO:
L'ARGENTINA VIETA LE IMPORTAZIONI DI PASTA ITALIANA

La trascorsa vergogna dei bond argentini non é l'unico fatto che ci preoccupa nei confronti di un paese che dovrebbe dare al Mondo ottime dimostrazioni in fatto di apertura commerciale e capacità relazionale nei mercati. Oggi, converrete con me, l'Argentina dovrebbe dimostrarsi un paese attento e capace anche in fatto di politiche commerciali internazionali per recuperare immagine e credibilità su tutti i mercati del Mondo. Nell'immaginario di tanti italiani si ricordano le instabilità e incertezze (non solo dei mercati ma anche sociale e morali) da sempre carta di identità di questo paese dall'imprevisto facile. Ebbene, è recente la decisione di un discusso ministro argentino in base alla quale dal 10 giugno 2010 non dovrà più essere importata pasta italiana (e una serie di altri alimenti stranieri). Questa notizia mette sinceramente una grande tristezza non tanto per l’aspetto economico: la quantità di pasta che importa l’Argentina dall’Italia è risibile, non arriverà nemmeno ad 1 milione di euro. L'indignazione deriva da ben altre ragioni, che cominciano per esempio dal fatto che l’interscambio commerciale con l’Italia è di ben 500 milioni di euro a favore all’Argentina. Senza contare poi che proprio in Argentina operano a tutto campo sia la Fiat sia la Telecom, impegnando migliaia di dipendenti mentre lo stesso governo italiano ha investito da sempre centinaia di milioni di euro in aiuti economici e sociali. Migliaia di italiani hanno proprietà e imprese in Argentina, il legame con il nostro paese è molto forte e anche la voce turismo vede notevoli capitali italiani destinati all'Argentina. La storia stessa dell'Argentina vede protagonisti gli italiani i quali si insediarono nel tempo in quel Paese ma non come feroci colonizzatori bensì come emigranti, in gran parte dei casi sfruttati e sottomessi. Ed è verissimo quanto ricordato dal giornalista Rosario Scarpato, che in un recente articolo di denuncia rispetto al veto posto nei confronti della pasta italiana, cità il Prezzolini il quale sosteneva: "fanno più Italia gli spaghetti che non Dante" e questa verità vale ancora di più in un paese come l'Argentina che innegabilmente agli italiani deve tantissimo. Insomma il blocco dell importazioni di pasta italiana sembra proprio una mossa senza senso. In Argentina, nel 2010, muoiono ancora di fame 3000 bambini all’anno. Se si potesse dimostrare che misure populiste come queste servissero a salvare una sola di quelle vite, ovviamente le stesse si potrebbero accettare senza battere ciglio.

Gianluigi Veronesi (Direttore Degusta)

Notizia del 17 aprile 2010

IL VANGELO APOCRIFO DEL TORTELLINO (23 aprile 2010 – ore 20,30)

Questa la terza proposta inedita nel suggestivo centro storico di Bologna con la partecipazione di narratori, salsamentare e “maitre fromager”

Il cenacolo dell’attento buongustaio, ormai si sa, è quello del ristorante "C'ERA UNA VOLTA", nella centralissima via D'Azeglio. Venerdì 23 aprile alle 20.30, in questo affascinante locale della ristorazione petroniana, andrà in scena la punta di diamante di una trilogia di cene che hanno avuto l’intento di valorizzare le specialità e le peculiarità del territorio. Dopo le cene dedicate alla tagliatella ed al vitellone di razza romagnola, questa volta sarà di scena il famigerato tortellino, ombelico del mondo ed emblema della cucina bolognese, proposto con un’insolita chiave interpretativa, senza dimenticare che le portate vanno anche raccontate e condite di storie ed aneddoti legati al cibo, come è già stato fatto con il gastronomo salsamentare Giovanni Tamburini o con il principe delle carni Roberto Golinelli. Ed è chiaro che in un occasione così importante, non mancherà il “maitre fromager” e affinatore di Parmigiano Reggiano dop Valerio Caretti, che per l’occasione farà nevicare sulle portate dei commensali uno stravecchio di rarà bontà. Ode alla pasta insomma, quella ripiena, che riassume in sé tutta la ricchezza della cucina sotto le due Torri, con una carrellata attraverso i secoli per gustare il tortellino nelle sue mutazioni e nelle diverse interpretazioni, fra dissacrazioni e virtù, possibili anche grazie all’estro degli chef Michele Mandolesi e Marco Emiliano De Santi. Tre cene a tema, dicevamo, ideate da Cristiana Nalin, direttrice dell’Hotel Roma, e dal giornalista e scrittore Gabriele Cremonini, sotto l’egida di Gianluigi Veronesi e del suo mensile “Degusta®”, rivista che da sempre racconta le tipicità e i luoghi del buon mangiare e del buon e bello vivere. L’impegno di questo ristoratore a realizzare serate a tema coinvolgendo i produttori locali che forniscono ottima materia prima, sta a testimoniare anche il desiderio di incidere sulla vitalità del centro cittadino, con proposte in grado di rivolgersi non solo al turismo, ma alla città tutta. Per dare un senso concreto alla valorizzazione del centro storico e dei piatti autentici e genuini, per offrire l'opportunità di toccare con mano cosa significa un vero buon piatto bolognese anche questa terza serata é stata concepita con un costo fisso di 35 euro bevande comprese, un'opportunità per riviere le sensazioni "privilegio" dell’autentica cucina felsinea. Le prenotazioni sono obbligatorie e i posti limitati, pertanto si raccomanda a tutti di fare la propria prenotazione. Impossibile quindi mancare a questa cena nella D'Azeglio pedonale, da sempre suggestivo passaggio e prestigiosa vetrina nella ricca città turrita: un luogo di ristorazione di cui sentirete sempre più parlare.

Media relation: Gianluigi Veronesi marketing@degusta.it


C'ERA UNA VOLTA…A BOLOGNA
I menù petroniani fra tradizione e innovazione
Bologna: Venerdì 23 aprile ore 20.30
Ristorante C'era una volta (a fianco dell'Hotel Roma) via M. D'Azeglio 7 (zona pedonale) tel. 051 231330 - 230657 - possibilità di parcheggio
Cene ideate dagli chef Michele Mandolesi e Marco E. De Santi illustrate da gastronomi, esperti e narratori
Il tortellino: "L'ombelico del mondo" Tortellini & turtlèin attraverso i secoli, fino al…dolce
Menù proposto
PREZZO: Euro 35,00 tutto incluso


Notizia del 12 marzo 2010

La vera cucina petroniana:
TRACCE DI CARNE: LA VERITÀ NEL PIATTO (26 MARZO 2010 – ore 20,30)

Questa la seconda proposta inedita nel suggestivo centro storico di Bologna

Bologna - 09.03.2010. A Bologna si può ancora mangiare bene e ritrovare piaceri e passioni della vera cucina bolognese? sì, al ristorante "C'ERA UNA VOLTA", nella centralissima via D'Azeglio.
In questa prestigiosa cornice, curata nei particolari ma accessibile, Gabriele Cremonini, giornalista, scrittore e Gianluigi Veronesi, direttore del mensile Degusta, andranno "in scena" per la seconda volta seguendo la geniale intuizione di Cristiana Nalin e la creatività dello chef Michele Mandolesi.
Seconda tappa, quindi, con ospiti d'eccezione, come il gastronomo “beccaio” Roberto Golinelli che con la competenza acquisita fra i suoi 300 vitelli di razza romagnola e chianina e i due centri carne in provincia di Bologna (Argelato e Molinella), ha promesso di sedere fra noi per svelarci trucchi e consigli della carne, anzi, de “l’altra carne”.
E sottoporsi a tutte le vostre domande. Carne buona, buonissima, come non l’avete mai mangiata e soprattutto assolutamente sana. Una serata anche provocatoria e accattivante, sotto l'occhio esperto del salsamentare gastronomo Giovanni Tamburini. Entusiasmanti preparazioni, talvolta dissacranti, interamente basate sul vero Vitellone di razza Romagnola IGP di cui il ristorante “C’era una volta” è uno dei pochissimi ristoranti riconosciuti direttamente dal Consorzio di Tutela IGP.
Bologna la grassa si diceva, “Bologna autentica e genuina”, aggiungiamo noi, perché in questo nuovo locale a due passi da piazza Maggiore, il motto è esattamente il vero impegno non solo a proporre piatti della classicità bolognese, ma a rispettarne con precisione gli ingredienti storici: il caso emblematico del vitellone di razza romagnola ne è un esempio concreto perché la storia (e le recenti severe normative geografiche emanate dalla UE) ci insegnano che la Razza Romagnola rappresenta il vero bovide storico della nostra città (fino ai confini con Modena, dove invece era insediata la razza Bianca Modenese).
L’impegno di questo ristoratore a realizzare serate a tema coinvolgendo i produttori locali che forniscono ottima materia prima, sta a testimoniare anche il desiderio di incidere sulla vitalità del centro cittadino, con proposte in grado di rivolgersi non solo al turismo, ma alla città tutta.
Per dare un senso concreto alla valorizzazione del centro storico e dei piatti autentici e genuini, per offrire l'opportunità di toccare con mano cosa significa un vero buon piatto bolognese, sia esso di tagliatelle, di vitellone o di tortellini, le tre serate sono state concepite con un costo fisso di 35 Euro bevande comprese, un'opportunità per riviere le sensazioni "privilegio" di una cucina autentica.
Le prenotazioni sono obbligatorie e i posti limitati, pertanto si raccomanda a tutti di fare la propria prenotazione.
Tre serate uniche, dunque, in un affascinante angolo della D'Azeglio pedonale, da sempre suggestivo passaggio e prestigiosa vetrina nella ricca città turrita: un luogo di ristorazione di cui sentirete sempre più parlare.

Prenotazioni:
Ristorante "C'era una volta" (a fianco dell'Hotel Roma) Via D'Azeglio 7 - zona pedonale - Tel 051.231330 / 230657


Notizia del 12 febbraio 2010

La vera cucina petroniana:
proposta inedita nel suggestivo centro storico di Bologna

A Bologna si può ancora mangiare bene e ritrovare piaceri e passioni della vera cucina bolognese? sì, al ristorante "C'ERA UNA VOLTA", nella centralissima via D'Azeglio.
In questa prestigiosa cornice, curata nei particolari ma accessibile, Gabriele Cremonini, giornalista, scrittore e Gianluigi Veronesi, direttore del mensile Degusta, andranno "in scena" seguendo la geniale intuizione di Cristiana Nalin e la creatività dei suoi chef Michele Mandolesi e Daniele Bulgarini.
Lo faranno nell'arco di tre serate speciali con ospiti d'eccezione, un ciclo evocativo capace di illustrare la vera cucina bolognese in una cornice che spazia fra la storicità sacrale delle ricette e le rivisitazioni artistiche. Con qualche licenza simpatica e accattivante. Insomma giornalisti, gastronomi e narratori accompagneranno i commensali fra storie e aneddoti legati ai piatti. Così il 26 febbraio prenderà il via la serata dedicata a "La Regina delle Bionde", ovvero la tagliatella (26 febbraio) in 6 portate e addirittura in 2 versioni finali di dolce , per coniugare sapori rinascimentali con gusti dell'oggi e presentare in modo non banale un excursus sulla pasta fatta al matterello che di recente ha conquistato notorietà mondiale. Il tutto sotto l'occhio esperto del salsamentare gastronomo e apostolo della tagliatella Giovanni Tamburini. Poi sarà la volta de "I piaceri della carne" (26 marzo) con entusiasmanti preparazioni, talvolta dissacranti, interamente basate sul vero Vitellone di razza Romagnola IGP ed infine la serata del gran finale che nella turrita città petroniana non poteva non essere magistralmente incentrata sul tortellino: il 23 aprile andrà in scena "L'ombelico del Mondo", dedicato al famoso piatto bolognese in una rivisitazione di portate esclusivamente a base di tortellini dall'inizio alla fine della cena, dolce compreso, dal medioevo ai giorni nostri.
Il fatto poi che queste cene vengano servite in un nuovo locale a due passi da piazza Maggiore, che propone piatti della classicità bolognese, sta a testimoniare del desiderio di incidere sulla vitalità del centro cittadino, con proposte in grado di rivolgersi non solo al turismo, ma alla città tutta.
Per dare un senso concreto alla valorizzazione del centro storico e dei piatti autentici e genuini, per offrire l'opportunità di toccare con mano cosa significa un vero buon piatto bolognese, sia esso di tagliatelle, di vitellone o di tortellini, le tre serate sono state concepite con un costo fisso di 35 euro bevande comprese, un'opportunità per riviere le sensazioni "privilegio" di una cucina autentica. Le prenotazioni sono obbligatorie e i posti limitati, pertanto si raccomanda a tutti di fare la propria prenotazione. Tre serate uniche, dunque, in un affascinante angolo della D'Azeglio pedonale, da sempre suggestivo passaggio e prestigiosa vetrina nella ricca città turrita: un luogo di ristorazione di cui sentirete sempre più parlare.


Notizia del 9 febbaio 2010

A proposito della proposta di legge per il divieto di macellazione delle specie equine
Più etica e meno estetica

Fra i vari criteri di indirizzo e scelta delle nostre attività quotidiane ve ne sono due più importanti o almeno più frequenti di altri: il criterio etico e quello estetico. Non ce la sentiamo e non abbiamo il tempo per analizzare e giudicare le due diverse attitudini morali (spesso in antitesi tra loro), ma vorremmo soffermarci su un caso in cui il criterio estetico viene spacciato per etico: la recente proposta di legge che vorrebbe annoverare gli equini tra le specie d’affezione e non più tra le specie da reddito, vietando di fatto la macellazione ed il consumo della carne.

dott. med.vet. Francesco Burlini - Agr. Gianluigi Veronesi

Da anni alcune associazioni animaliste premono sui politici per adottare tale soluzione. Sorprende che le prime a raccogliere tale proposta siano state l’on. Paola Frassinetti, sottosegretaria alla Cultura e l’on. Martini, vice ministro della Salute. Chi si occupa di Cultura e Salute, prima di approvare certe assurdità, oltre al buon senso, dovrebbe considerare quello che ci permettiamo di ricordare pedissequamente di seguito. Fin dal Paleolitico, la carne di cavallo è sempre stata uno dei cibi più apprezzati dall’uomo. Lo dimostrano non solo i dipinti rupestri di Lascaux o Altamira (che testimoniano l’importanza simbolica che ha sempre avuto il cavallo), ma anche i cumuli di ossa di cavallo come quello sotto la falesia di Solutrè in Francia. Dopo essere stati addomesticati (nell’Asia Centrale intorno al IV millennio a.C.) i cavalli sono diventati molto più utili da vivi che da morti, ma rimaneva comunque il problema del “riciclo dell’usato”. I cavalli in eccesso o a fine carriera sono sempre stati tranquillamente trasformati in bistecche.

Nei paesi del Centro-Nord Europa, per ragioni pratiche (nel medioevo avere più cavalli significava detenere maggior predominio sul resto della società) o per ragioni religiose (impedire i residui di antichi riti pagani basati sulla “comunione” con carne di cavallo durante alcune pratiche rituali), il consumo di carne di cavallo venne invece duramente condannato dalla Chiesa e nel 732 definitivamente sanzionato con una bolla papale mai revocata. La carne di cavallo resta dunque l’unico cibo fino ad ora proibito per i cattolici ed anche gli anglosassoni protestanti (ed antipapisti) che attualmente ne aborrono il consumo, si rifanno in realtà a questo antico divieto religioso. Inconsapevolmente si comportano ne più ne meno che mussulmani ed ebrei, i quali aborrono il consumo di carne di maiale o degli indù per le loro vacche sacre. Questo divieto non è però mai stato veramente predicato e applicato nei paesi del sud Europa che erano cristiani già da parecchi secoli. Il Italia, nel 1928, a causa delle frequenti frodi (la carne di cavallo, più economica veniva spacciata per bovina a molti poveracci che non avevano molta consuetudine con la carne) fu promulgata una legge che imponeva di vendere questo tipo di carne esclusivamente nelle macellerie equine (legge che più tardi bvenne abrogata).

Dal punto di vista strettamente alimentare la carne degli equini è senza dubbio una delle più sane e sicure. A differenza di altre specie domestiche produttrici di carne rossa (i bovini o i suini), gli equini non vengono mai allevati con metodi intensivi e/o con una alimentazione a base di cereali. Vivendo in grandi spazi e con una alimentazione a base di foraggi non utilizzabili dall’uomo, gli equini sono quindi tra gli animali più ecocompatibili. Non essendo ruminanti non producono nemmeno il metano, pericoloso gas-serra. Dal punto di vista ambientalista, utilizzare la carne degli equini a fine carriera è quindi non solo giustificabile, ma porta anche notevoli benefici pratici. Si inquina meno perché è una forma di riciclaggio ed il consumo di queste carni eviterà di fatto l’allevamento di altri animali, con conseguente “spreco” di risorse. Ci siamo chiesti non solo le motivazioni, ma anche il tempismo di tale proposta di legge. Non crediamo di sbagliarci ipotizzando che l’attuale governo debba parare il grave danno alla sua immagine per aver recentemente ceduto alle pressanti richieste di una parte dei suoi elettori cacciatori che hanno ottenuto l’apertura della stagione di caccia praticamente tutto l’anno ed anche a molte specie protette. Secondo l’italica logica cerchio-bottista, diventa ora necessario sfornare un contentino per tacitare gli animalisti. Costoro, (in stragrande maggioranza donne: una semplice constatazione statistica e non un giudizio) hanno già ampiamente dimostrato evidenti forme di ipocrisia. Per esempio nella legge (da loro fortemente voluta) che regola la sperimentazione medica sugli animali è stato vietato ogni esperimento su cani, gatti o primati, ma rimane ammessa la sperimentazione su ratti, topi o cavie: evidentemente questi ultimi sono mammiferi figli di un dio minore per il “peccato originale” di non avere un pelo morbido ed occhioni grandi e dolci in grado di intenerire l’animo sensibile delle animaliste. Le stesse peraltro sempre pronte a scendere in campo a difesa di foche o caprioli, ma le prime ad invocare la derattizzazione sottocasa o a far castrare i loro (ed altrui) cani e gatti.

Ricordiamo che le motivazioni che ci hanno portato a disdegnare di cibarsi di cani e gatti (a differenza di molte altre popolazioni di diverse latitudini e continenti) non è stato certo una nostra superiorità morale, ma solamente la non convenienza “economica”: per noi, come per molti altri popoli, cani e gatti sono (quasi) sempre stati più utili da vivi che da morti ed inoltre avendo una alimentazione simile a quella umana, non è mai stato “conveniente” allevarli a scopo alimentare: l’energia alimentare consumata sarebbe molto inferiore all’energia alimentare ottenuta. Ci rendiamo conto dell’impatto di simili realistiche affermazioni su molti animi “sensibili”, ma le riteniamo comunque meno disturbanti rispetto all’ipocrisia imperante. Cavalli, muli e asini hanno diritto non tanto all’empatia e all’amore (questi sentimenti lasciamoli ai nostri simili), ma alla simpatia, al rispetto e alla dignità, sia in vita che in morte.

Possiamo comprendere (non certo condividere) le ragioni dei vegani o dei vegetariani che si astengono dal mangiare ogni tipo di carne per ipotetiche ragioni etico-morali, ma nessuno dotato di un minimo di razionalità può giustificare che certe specie siano più sacre di altre. Se i perfidi animalisti non vogliono intendere le ragioni etiche, almeno si interroghino sulle conseguenze pratiche della loro proposta. I cavalli, dopo essere stati usati per qualche anno a scopo ludico (un tempo almeno il loro utilizzo a scopo pratico era molto più dignitoso), verranno avviati a dei pensionati: in realtà dei lager simili agli attuali canili pubblici, dove passeranno anni in attesa della morte e soffrire come dei “cani” per scarsità di spazio, di cure, ed essendo animali “d’affezione”, anche per mancanza d’affetto. Inoltre, a causa della pavidità di questi animalisti affetti da ignavia, saranno le finanze pubbliche a dover finanziare questi “lager-pensione” per centinaia di migliaia di cavalli e asini, i quali a causa della loro longevità, diventeranno ben presto dei milioni. Lasciar morire un cavallo o un asino di vecchiaia, con i denti troppo usurati per masticare l’erba e con gli zoccoli cresciuti abnormemente e che gli impediscono di camminare, non è certo un atto d’amore, ma di insulsa crudeltà. Gli ignavi animalisti non ci vengano poi a raccontare che questi animali hanno diritto ad una morte “naturale”. Anche un ragazzino delle elementari sa bene che in natura tutto questo non avverrebbe perché da milioni di anni tutti gli animali erbivori alle minime avvisaglie di debolezza sarebbero predati e mangiati da altri animali carnivori, rientrando così nel naturale ciclo biologico di tutti gli esseri viventi. In nome del liberismo e del risparmio economico, (temi tanto sbandierati dagli attuali partiti di governo), invece di causare un ulteriore aggravio alle finanze pubbliche, le sponsor di queste proposte di legge invitino piuttosto gli animalisti a portarsi a casa propria tutti gli asini, muli e cavalli, (senza dimenticarsi ovviamente anche i bardotti!) e provvedano ad accudirli a proprie spese. Una apposita commissione passerà poi a controllare che tutti questi animali domestici d’affezione abbiano a disposizione non solo spazio a sufficienza (no, il balcone al sesto piano non basta e nemmeno lo spazio tra la piscinetta ed il capanno degli attrezzi) ed abbondanti razioni di fieno (i croccantini per il gatto, non sono proprio adatti ad un purosangue di cinque quintali) ma anche e soprattutto affetto. Sono o non sono animali d’affezione?

Chi leggerà questo articolo e non è accecato dal puerile animalismo, provi a chiedersi per un momento se per un vecchio cavallo o un asino sia più dignitoso finire nel piatto o finire mescolato al cemento: da quando le farine di origine animale non possono più essere utilizzate (riciclate) nell’alimentazione animale, queste devono essere incenerite e per questo normalmente finiscono nei grandi forni dei cementifici. Se il lettore è un vegetariano o un ambientalista, prima di rispondere tenga anche conto che l’attuale consumo di carne di cavallo sta evitando in parte il consumo di un altro tipo di carne (bovina, suina od ovicaprina: il consumo di carne in tutto il mondo è in aumento, soprattutto da parte dei paesi emergenti). Insistiamo sulla simpatica provocazione: ammettiamo che le nostre sono solo banali motivazioni pratiche, etiche ed ambientaliste. Gli animalisti, notoriamente più sensibili rispetto noi umani, si rifanno a superiori motivazioni basate sull’estetica: solo gli animali più belli hanno diritto al rispetto e all’affezione e chi se ne frega di tutti gli altri. E’ anche una questione di “frequentazioni”. Volete mettere la differenza di status tra un animale che vive in un porcile, in un pollaio o in una stalla rispetto a quello che vive nella cuccia o nella scuderia?. Questi sono molto più vicini alla casa e per gli animalisti più “istruiti”, solo questi hanno il diritto di definirsi animali domestici. Appunto da “domus”: casa. Questa discriminazione, questo “specismo” estetico (ovvero il razzismo applicato alle diverse specie o famiglie di animali), oltre al nazismo, ci ricordano tanto le motivazioni del Lombroso: tutti quelli con una brutta faccia prima o poi saranno dei delinquenti.

Siamo quasi certi che nel generale rimbambimento mediatico (voluto e diretto da questi stessi partiti) saremo in pochi ad accorgerci e protestare di fronte a tali assurde proposte di legge. Ci dispiace che a farne le spese siate voi cavalli, voi muli e voi asini che da millenni siete stati per noi umani insostituibili colleghi di guerre, fatiche, lavoro e anche gioie. Scusateci per come vi abbiamo trattato e per come vi tratteremo. D’ora in poi, promettiamo solennemente di non usare più il termine “asino” per indicare un ignorante. Lo sostituiremo con “animalista”.


Notizia del 19 gennaio 2010

SCANDALO MOZZARELLA DI BUFALA: CI RISIAMO

La storia infinita degli scandali su latte e mozzarelle di bufala ma per Zaia, tolleranza zero: subito gli ispettori per le finte mozzarelle allungate con acqua e latte di vacca
Mozzarella di bufala campana

Nella mozzarella di "bufala" non é detto che si debba trovare per forza la diossina.
All'analisi essa può rilevare contenuti non graditi ma che per fortuna fanno male solo al portafoglio.
E al prestigio del nostro Paese.
Specie se a fare il piccolo chimico, come sembra, é proprio colui che dovrebbe dare l'esempio, sia ai consorziati sia ai consumatori, ovvero il Presidente del Consorzio per la tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop, Luigi Chianese.
Sembra che il Presidente Chianese sia stato colto con le mani nel sacco dagli ispettori ministeriali in procinto di attuare una delle tante visite d'ispezione e controllo, proprio mentre allungava il latte bufalino aggiungendo acqua!
Ma Chianese non ci sta e ha già presentato una denuncia, affermando che il Ministro non può commissariare un Consorzio privato e soprattutto non avrebbe dovuto diffondere dati che per legge sono riservati.
Su una cosa intanto vorremmo fare luce noi.
La nostra rivista ha più volte assaggiato e messo a confronto la mozzarella di bufala acquistata sulla piazza di Bologna in rinomate botteghe enogastronomiche ed alcuni campioni acquistati in due noti discount.
In 5 casi su 5, abbiamo notato che a fronte di un prezzo notevolmente inferiore corrispondeva anche un sapore totalmente diverso.
La bufala del negozio costava di più, certo, ma era di una fragraza e una sapidità stupefacente, mentre quella del discount ci ha sempre fatto esclamare "non sa di niente, sembra annacquata".
Una coincidenza? Per me avevamo ragione, adesso é fin troppo lecito pensare che i produttori, per sfidare i prezzi imposti da catene discount e pagamenti allungati al limite della decenza, abbiano risolto il problema aggiungendo un pò d'acqua e un pò di latte di vacca.
Entrambe costano meno di quello di bufala e di certo non muore nessuno.
A parte l'immagine dei produttori onesti e quella del nostro paese, che rischia di morire giorno dopo giorno grazie a sciagurati senza scrupoli che trovano sempre il modo di farci "una bufala"!!
Gianluigi Veronesi - DEGUSTA


Notizia del 14 gennaio 2010

IL FLOP DELLA TAGLIATELLA: AUTOCASTRAZIONI ALLA BOLOGNESE

Il Consorzio di tutela del Vitellone di razza romagnola IGP non ha aderito all'evento della giornata "pubblicitaria" della tagliatella nel Mondo, tagliatella che nei documenti di presentazione dell'evento veniva definita come fatta al "vero ragù alla bolognese".
Cerchiamo di capire i retroscena di questa decisione.
Gianluigi Veronesi, giornalista esperto di carni (nel biberon beveva carne tritata e lavorava dietro al banco carni di famiglia sin da quando aveva 5 anni) ha valutato tra i primi l'ipotesi di questo evento che poteva essere un'occasione per la città di Bologna.
Da qui é scaturito subito l'incontro con Roberto Golinelli, attualmente uno dei più quotati macellai gastronomi (il COBAS della salsiccia, grande esperto di carni e allevatore di 500 capi di razza romagnola) e una precisa discussione con Stefano Mengoli, presidente del Consorzio per la tutela del Vitellone Bianco di razza Romagnola IGP.
"Abbiamo subito capito che questo evento non si poteva fare, perlomeno nei termini in cui ci era stato presentato" spiega Gianluigi Veronesi, giornalista esperto di carni "e le zone d'ombra erano numerose.
Dapprima sono stati chiesti 10.000 euro che di fronte ai nostri dinieghi di colpo sono diventati 3.000, ma soprattutto ci siamo accorti che non esistevano i tempi per poter fare una cosa seria e professionale.
A questa rimostranza gli organizzatori ci hanno risposto che tanto la data era decisa e non si poteva cambiare.
Non c'erano contenuti, non c'era rispetto della cultura delal tagliatella e soprattutto del vero ragù bolognese".
Però l'evento si sta organizzando ugualmente, anche senza di voi, perché? "A mio avviso non si sta organizzando un evento, quello che si sta facendo a Bologna é solo un tentativo di recuperare all'ultimo secondo pur di cavalcare l'onda di una notizia fra micorfoni telecamere e giornali, ma non ci si rende conto del danno che si sta facendo alla salvaguardia e tutela di un "prodotto artigianale della tradizione" come il vero ragù bolognese.
Il verò ragù fa capo a sapori ben precisi, aromi e profumi derivati dall'amalgamarsi di prodotti tra cui due ingredienti sono la carne di manzo e quella di suino. L'errore comunicativo sta proprio qui: se non si usano i prodotti consacrati e vocati dalla tradizione, così come riconosciuti già dall'Unione Europea quali vitellone razza romagnola IGP e gran suino padano DOP si sta autorizzando qualsiasi cuoco in qualsiasi posto a prendere un pezzo di carne di manzo ed una di suino (magari suino vietnamita oppure bovino yak o wagyu) e a dire che quello é il vero ragù bolognese ma non lo é! Sicché chi assaggerà quel ragù taroccato non comprenderà il perché siamo così devoti a quel ragù".

Ma il gusto del ragù sarà poi così diverso? forse è meglio approfittare per fare l'evento e tutto il mondo parlerà di tagliatella con un grande ritorno per Bologna "no, non sono d'accordo.
Proprio a causa dell'incapacità di comunicazione e dei fraintendimenti si sono generati irreparabili danni, basti l'esempio dello SPAGHETTO BOLOGNAISE...si combattono liti furibonde per differenziare l'aceto balsamico dal condimento balsamico, si spendono milioni di euro in pubblicità per spiegare a tedeschi, amerigani e australiani che non si dice "grana" o "parmesanito", ma Parmigiano-Reggiano DOP.
E allora perché svilire e drammaticamente autorizzare nelle cucine di tutto il mondo, addirittura con un evento patrocinato dalla camera di commercio e altre istituzioni che si usi manzo e suino qualunque?.
Resta il fatto che tutto il mondo parlerà delle taglietelle "e allora? chi ha detto che le tagliatelle sono Bolognesi? Pellegrino Artusi é l'unico a citarle con cognizione e ne parla pochissimo, ma lo fa citando le tagliatelle romagnole...chi può arrogarsi il diritto di dire che le tagliatelle romagnole, cioé quelle che si mangiano a Ravenna, a Bertinoro, a Cesena non sono buone o addirittura migliori di quelle fatte a Bologna? volgiamo poi dimenticare le tagliatelle reggiane, modenesi e quelel buonissime che si mangiano a Ferrara?".
Insomma le tagliatelle avranno pure una identità culturale, per mezzo mondo se lei dice tagliatella tutti pensano a Bologna! "questo è vero, ma la gente pensa a Bologna anche se si parla di spaghetti e di ragù, le assicuro che ho personalmente acquistato in numerosi paesi nel mondo e assaggiato personalmente almeno una cinquantina di ragù che a dir poco bisognerebbe vietare dal commercio!
In stazione ad Amsterdam con 2 euro ho assaggiato un walky cup tipo bicchiere di coca cola da autogrill, che conteneva tagliatelle bolognaise, stavo per rimettere!...ci scopiazzano in tutto il mondo e taroccano le nostre tagliatelle, ma soprattutto il vero tarocco é il nostro ragù e con questo evento avremo aiutato il Mondo a restare nella medesima confusioen di sempre, anzi, l'avremo addirittura amplificata. Insomma tante lamentele avranno alla fine qualche proposta? "certo che sì, io sono un imprenditore e quindi persona pragmatica. Dobbiamo invocare l'aiuto del Consorzio di tutela del vitellone e del gran suino padano DOP, nonchè delle nostre istituzioni più attente e vicine alla città e con esse partire da subito alla conquista del marchio STG ovvero specialità tradizionale garantita, proprio come l'esempio recentemente avuto dalla vera pizza napoletana e poi cominciare a fare gli eventi coinvolgendo il mondo universitario con i suoi nutrizionisti, perché va anche detto che un piatto di tagliatelle al ragù vero di bologna contano più di 500 calorie e anche su questo aspetto ci sarà molto da lavorare: tutti sanno che io sostengo la qualità e non le quantità!


Notizia del 14 gennaio 2010

Degusta Cultura

TAGLIATELLE (poco vere) e RAGU' BOLOGNESE (storpiato):
DA BOLOGNA L'AUTOGOL DELLE TAGLIATELLE TAROCCATE

"Poteva essere un grande evento e avere un significato vero e importante, ma doveva essere fatto con i dovuti tempi e con tutte le strategie imprenditoriali che si utilizzano quando si organizza un evento, motivo principale, questo, per il quale ho deciso di non supportare l'evento della TAGLIATELLA non vera, nel caso di specie, dichiarata " al vero ragù alla bolognese ma la cosa é assolutamente falsa).

Queste le dichiarazioni del direttore del mensile nazionale DEGUSTA Gianluigi Veronesi, il giornalista che fin da piccino nel biberon aveva carne tritata (proviene da generazioni di macellai bolognesi e vive la grassa città da 41 anni).

L'infelice ideazione andrà in scena il giorno 17 a Bologna ma ha tutto il sapore di una presa in giro verso un mondo genuino e sincero, quello dell'agricolltura e degli agricoltori, ma anche degli artigiani e dei commercianti bravi e seri. Ma anche dei consumatori. Ai produttori agricoli si racconta a spron battuto che il prodotto IGP e DOP è quello che vale di più, é tutelato, garantito, ma poi quando è il momento di promuoverlo con fermezza e autorità non lo si fa. Stiamo pensando a coloro che lavorano e investono per consacrare l'importanza e il valore di un marchio IGP o di una DOP e sono in tanti. Per ora l'unica certezza che abbiamo é che gli organizzatori, professando l' "ANTITAROCCO" della tagliatella sono ignari del fatto che in realtà sono i primi a TAROCCARLA e ad enfatizzarne il taroccamento.

"Il vero ragù bolognese ha un identità di sapori e aromi ma anche geografica e territoriale. La tagliatella purtroppo molto meno, o qualcuno di voi ha la prova che la tagliatella sia veramente bolognese, visto che nemmeno l'Artusi ha mai citato una simile corbelleria? il territorio bolognese ha una storia enogastronomica già riconosciuta dall'Unione Europea con l'assegnazione della IGP al Vitellone di razza Romagnola e della DOP al Gran Suino Padano. Ebbene, mentre ho la certezza che nessuno dei ristoratori bolognesi aderenti all'evento utilizzi carne di vitellone romagnolo IGP e lo potete verificare voi stessi visionando l'apposito elenco pubblicato sul sito ufficiale del Consorzio del Vitellone Bianco dell'Appennino Centrale, non posso dire lo stesso, ma ci giurerei, sull'uso di carne di Gran Suino Padano DOP. Allora il tanto sbandierato ragù bolognese, che vorremmo tutelare e promuovere, anche insieme alla tagliatella (ma non solo), come sarà tutelato o promosso da questo avvenimento? Il frettoloso evento che andrà in scena a Bologna addirittura amplificherà la possibilità di creare e divulgare i "tarocchi" anzichè contribuire a debellarli.
Reclamizzando la tagliatella con il ragù alla bolognese quando nessuno degli chef aderenti utilizzerà carne di vitellone IGP (l'unica che può essere usata per un vero ragù bolognese) e tanto meno carne di gran suino padano DOP (l'unica che si può usare se vogliamo dire che si tratta di un vero ragù bolognese) stiamo commettendo un errore mediatico e concettuale pazzesco. Di fatto stiamo autorizzando tutti coloro che faranno e vorranno fare in futuro la tagliatella con il vero ragù di Bologna a farla con le carni bovine e suine generiche che più comodamente reperiscono sui mercati locali di paesi quali Cina o Messico, ma anche Malesya o Arabia."

Il giorno della reclamizzata "ola della tagliatella", ovvero il 17 gennaio 2010, con quale carne quindi i vari chef in Italia e nel Mondo faranno il vero ragù? a questo punto i sapori autentici, tipici, inevitabilmente armonici da sempre, che fine faranno?

"E quando tutti si sentono autorizzati a usare gli ingredienti che vogliono" prosegue Veronesi "allora sì che abbiamo favorito il grande danno di immagine ma soprattutto lo scempio culturale...ed è esattamente quello che andrà in scena con questo evento".

Un dettaglio tra gli altri dà ragione a Veronesi: osservando la locandina dell'evento si nota che nessun imprenditore e nessuna impresa privata bolognese ha sponsorizzato l'iniziativa, segno evidente che l'evento non é stato ideato e proposto in modo strategico e professionale, ma "confezionato" in malomodo pur di essere vendibile da piazzisti a caccia di sponsor.

"Anche da questi particolari si desume la differenza fra organizzare e promuovere degli eventi enogastronomici con un senso culturale e fare dello "show" da riflettore cinematografico per raccogliere denaro sonante, ma ormai sono in tanti a cedere alla decadente trappola dell'enogastro...mania: fortunatamente a me non la raccontano!"


Notizia del 5 marzo 2009

Degusta Cultura

"A MARZO BEVIAMO BOLOGNESE":
E' PARTITA LA TERZA EDIZIONE DELLA KERMESSE

Fonte: Degusta ( www.degusta.it )

(Bologna, 26.02.2009)
Ha riscosso notevole successo la conferenza stampa a convivio tenutasi all'"Antica trattoria della Gigina", storico ristorante bolognese condotto dal maestro Carlo Cortesi, per il lancio di "A marzo beviamo bolognese". Organizzata dalla sezione culturale della rivista mensile DEGUSTA, la conferenza ha lanciato la kermesse ideata dalla CONFARTIGINATO IMPRESE di Bologna e denominata "A marzo beviamo bolognese", che quest'anno giunge alla sua 3° edizione. "I tortellini e il bollito bolognese" ha spiegato Agostino Benassi, artefice dell'iniziativa "in abbinamento al vino pignoletto e barbera, rappresentano un'occasione importante per la valorizzazione e il rilancio di alcune tipicità locali, note in tutto il mondo, che dobbiamo assolutamente rivalutare in maniera lungimirante per sostenere la laboriosità artigiana legata al mondo dell'agricoltura, dell'artigianato, della ristorazione, del turismo e della cultura".

La Bologna che fa sistema convince anche l'Assessore provinciale all'agricoltura Gabriella Montera che raccoglie l'invito e con convinzione rimarca l'importanza di fare squadra e di investire in questi progetti pensati per la valorizzazione/sostegno, anche trasversale, dei produttori e del territorio. Il dott. Guernelli, in rappresentanza della Camera di Commercio di Bologna, ha sottolineato come l'istituzione camerale veda di buon occhio non solo questa importante iniziativa ma sia disponibile a rendersi promotore e sostenitore di eventi e manifestazioni che si pongano il preciso obiettivo di vivacizzare, con progetti concreti, il territorio e le economie locali in un'ottica di coesione. Presente anche il Presidente del Consorzio Colli Bolognesi, dott. Francesco Cavazza Isolani a testimonianza che il Consorzio (ricordiamo che questa istituzione non ha fini di lucro) è immediatamente pronto a sposare tutte le politiche serie e strutturate che vogliano puntare sulla valorizzazione e promozione dei vini rappresentati dagli oltre 100 produttori vinicoli consorziati, alcuni dei quali, non a caso, erano presenti al tavolo e affiancati al loro presidente: parliamo di Carlo Gaggioli, Francesca Zanetti (La Mancina) e Federico Orsi (vigneto San Vito).

I ristoranti che hanno aderito all'iniziativa avranno l'importante ruolo di proporre ai propri commensali il felice abbinamento che vedrà primeggiare sulle tavole il rinnovato trionfo delle menzionate tipicità. Fra tutti i consigli emersi dal dibattito, animato anche grazie alle domande provocatorie giunte dai rappresentanti della stampa di settore, merita considerazione il suggerimento di Lauro Lelli (grossista) avvallato dal fatto che lo stesso opera nel comparto dell'ingrosso enogastronomico da alcune generazioni. "I produttori dei vini consorziati nei colli bolognesi non devono rincorrere l'illusione di pompose vendite offerte dalle ormai note catene distributive, semmai devono puntare sulla ristorazione di qualità e su di una rete distributiva attenta e qualificata, capace di dare a ciascun prodotto la valorizzazione che merita. I vini dei colli in questi 20 anni hanno dimostrato un grosso miglioramento in termini di qualità, perché banalizzarli sull'anonimo scaffale di un ipermercato?". Sulla scia di questo interrogativo il momento di comunicazione e confronto giungeva al termine. Il tavolo dei relatori ed invitati era sempre più prossimo al rappresentare quella convivialità, tutta bolognese, che è l'esempio più autentico di una ritrovata capacità di unirsi per agire in una direzione comune. E per alimentare un po' di nostalgia, si è aggiunta al tavolo la "crema fritta", altra leccornia tipicamente bolognese, forse un po' bistrattata, che invece meriterebbe un pizzico d'attenzione in più. Forse la prossima edizione sarà l'occasione giusta.

A disposizione per ulteriori informazioni e disponibilità di numerose fotografie ad alta risoluzione.

Contatti con la stampa: Gianluigi Veronesi info@degusta.it


Notizia del 19 gennaio 2009

Giornalisti alla scoperta della Campania

Degustazione vini
Weekend alla scoperta d una zona della Campania tra le più ricche di arte, cultura, tradizioni, produzioni locali e naturalmente…cucina!
di: Luca Marchioro (itinerariesapori.it)

Anzitutto un sentito grazie al Direttore di Degusta (www.degusta.it), Gianluigi Veronesi, che mi ha permesso di vivere un’esperienza esaltante in terra campana; un plauso a Sandro Chiriotti, responsabile di Tour Gourmet e organizzatore dell’evento, il quale ne ha curato tutti gli aspetti in maniera estremamente professionale, seguendo anche i minimi dettagli e coinvolgendo, sempre e comunque, gli intervenuti.
Giornalisti ed operatori della comunicazione nei settori dell’enogastronomia, del turismo e dell’arte sono stati testimoni nella tre giorni trascorsa nel lembo di terra campana durante i quali abbiamo “toccato” le province di Caserta, Benevento e di Avellino (l’ordine è strettamente cronologico).

Cronaca del Tour Gastronomico

1° Giorno: in giro per il casertano

Reggia di Caserta: il Parco

Il tour non poteva che iniziare dalla struttura patrimoniale più importante presente nel territorio: la Reggia borbonica di Caserta.
La visita è proseguita a San Leucio, frazione realizzata a favore dei lavoratori della seta, la quale ospita anche un Museo relativo al trattamento di questo prezioso materiale (Complesso Monumentale Belvedere di San Leucio, prenotazioni visite individuali e di gruppo: tel. 0823/301817).
Di tale produzione, purtroppo è rimasta solo qualche piccola attività.
Essendo il nostro un tour enogastronomico, abbiamo assaporato piatti della cucina locale, sapientemente abbinati ai vini del territorio, nel punto ristorativo inserito nel Parco, il ristorante “Diana e Atteone”; il tutto accompagnato da un sottofondo musicale della melodia napoletana, tale da rendere, così, il clima suggestivo.
Dopo una visita nel parco della Reggia, ci siamo trasferiti a Casagiove (CE), presso l’enoteca “La Botte”, dove, con la presenza di istituzioni locali, è stato affrontato il tema del possibile sviluppo turistico dell’area, da realizzare tramite il connubio enogastronomia-cultura.
Interessante l’intervento del vice-presidente dell’Apt locale, il quale ha spiegato l’operato dell’ente, orientato al coordinamento delle strutture ricettive per favorire l’incremento turistico.
Dopo una sapiente delucidazione, da parte del sig. Ricciardi, proprietario dell’enoteca, dei vitigni delle province di Caserta, Benevento ed Avellino, abbiamo assaporato degli ottimi vini locali: Alianico Irpino, Alianico Fontanavecchia, Passito Asprinio.
Questi hanno poi goduto di un fortunato abbinamento con formaggi, quale il Conciato romano, e salumi del territorio, come la favolosa stringata di maiale nero casertano.
La giornata si è conclusa a Marcianise (CE), presso l’enoteca con cucina “Prosit”, per un convivio a base di prodotti tipici, competentemente allestiti dallo chef, accompagnati dagli ottimi vini locali.

2° Giorno: tra mozzarella e musica

Mozzarella di bufala campana

Tema del giorno eloquente: Buffalo Tour, visita guidata alle Fattorie Garofalo, il più importante centro di allevamento bufalino dell’intero casertano, con annessa degustazione della mozzarella di bufala, ricotta e di altri prodotti locali, presso il Caseificio omonimo.
La giornata ha avuto un interessantissimo appuntamento presso il ristorante “Le Colonne”, dove la chef e titolare Rosanna Marziale ha suscitato unanime stupore nel dotarci di apparecchi auditivi per la degustazione guidata dei piatti messi a punto dalla stessa; unanime è stato anche il grido: complimenti Rosanna!.
Nel pomeriggio siamo approdati in terra beneventina, dove abbiamo potuto visitare il magnifico borgo medioevale di Sant’Agata dei Goti.
La successiva sosta a Solopaca ci ha permesso di visitare l’interessante Museo Eno-gastronomico(MEG).
Il viaggio è poi proseguito fino alla Fattoria Torre Gaia di Dugenta: qui, dopo la visita alla cantina, è seguita una degustazione di alcune delle produzioni vinicole: Falanghina, Fiano, Greco, Aglianico.
Alla sera, tornati in provincia di Caserta, abbiamo assistito, presso Casertavecchia (gioiello medioevale) ad uno spettacolo a dir poco originale: attraverso i suoni originati dagli strumenti di lavoro, e la maestrale interpretazione degli uomini del luogo, sono state raccontate le attività artigianali che si svolgono nella zona, il tutto eseguito sotto l’egida dal maestro Giorgio Battistelli.
La cena conclusiva, svoltasi presso il ristorante “Gli scacchi”, ha visto la degustazione di piatti campani abbinati a vini locali.

3° Giorno: il vino degli inferi

Taurasi: vigneti

L’ultimo giorno ha portato il gruppo di giornalisti nella provincia di Avellino, a Taurasi, cittadina che dà nome alla sede dell’Enoteca Regionale, e soprattutto ad un magnifico vino: il Taurasi.
Dopo una visita alla suddetta enoteca, ci siamo recati presso le cantine di Antonio Caggiano, “vulcanico” ed estroverso produttore di vino.
La visita è stata emozionante, vista la particolare ubicazione: le cantine si trovano, infatti, all’interno di grotte scavate sotto terra, serbate con cura e amore.
Il Sig. Caggiano ci ha entusiasmato raccontandoci la sua storia ricca di aneddoti.
Il tour si è poi concluso a convivio nelle medesime cantine, dove abbiamo avuto modo di apprezzare non solo il cibo ma anche il loro ottimo vino realizzato con amore e poesia.

Un weekend indimenticabile, che auguro e consiglio a chi abbia letto con piacere questo mio scritto.


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