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Bosto

Quartiere che si trova all'uscita da Varese sulla strada che porta verso l'Autostrada per Milano. Monumento di notevole rilevanza è la chiesetta di Sant'Imerio

Cenni storici

La castellanza di Bosto, un tempo villaggio e oggi elegante frazione residenziale inglobata nell’hinterland collinare di Varese, cela il paradigmatico mistero di un personaggio della tradizione locale il cui ricordo si é quasi smarrito nella notte dei tempi.
La figura in esame é  quella di Imerio, santo minore che, in associazione al più noto Gemolo, suo compagno di martirio, gode da secoli il privilegio di un culto locale. La sacra coppia, invero, incarna l’esempio di come una credenza cristiana possa scaturire da tradizioni preesistenti. A tal proposito sorge lecita una domanda: chi fu sant’Imerio?

Gli indizi di partenza si ritrovano nella “Passio Sancti Gemuli”: documento agiografico relativo al martirio di Gemolo, trascritto nel monastero di Ganna (Va) verso la fine del XII secolo. Vi si narra di un anonimo vescovo transalpino che, di passaggio in Italia del Nord lungo la strada per Roma, fu aggredito in un’imboscata da una banda di ladri che gli sottrassero il cavallo. Di fronte al fatto compiuto suo nipote Gemolo e Imerio, “miles socius itineris”, ossia compagno di viaggio e guardia del corpo, furono incaricati di mettersi sulle tracce dei predoni al fine di recuperare il maltolto. Quando li ebbero scovati, di fronte alla richiesta garbata di restituire il cavallo e nel nome di Dio, di risparmiarli, seguì la decapitazione di Gemolo. Imerio invece, pur in fin di vita, esaló l’ultimo respiro solo dopo essere fuggito dal luogo del delitto.
Se Gemolo fu sepolto nella vicina Badia di Ganna, dove la tradizione agiografica sostiene l’immediato susseguirsi di prodigi; ritrovare le spoglie del suo compagno richiese uno sforzo maggiore. La “Passio” a malapena menziona l’episodio della traslazione della sua salma in un ignoto sarcofago. Col passare del tempo la tradizione iniziò a identificare, pur senza prove certe, il luogo di morte del “soldato chiamato Imerio” nella Castellanza di Bosto, dove la consuetudine accenna a una chiesa appositamente eretta per commemorarlo…
Falso. Chiariamo da subito: in loco esisteva già una chiesa longobarda, adibita al culto di san Michele. Perfino un documento giuridico datato 1417 , comprovante l’impegno da parte di Pétrolo, giurista del luogo, di lasciare in dono al capitolo di San Vittore una vigna ed altri beni in località in cambio di un’orazione funebre per l’anima sua e dei parenti defunti, in tal senso, costituisce un documento prezioso: tutto ciò avveniva ogni anno, alla vigilia della processione dedicata a “Imerio santo e martire”. Il piccolo oratorio campestre, tutt’ora esistente, risale alla metà dell’XI secolo: datazione indotta dalla superstite parete sud, contraddistinta da muratura romanica costituita da grossi ciottoli di fiume, talvolta disposti a spina di pesce, pietre non squadrate e da tre monofore a doppio strombo. Questi caratteri rivelano affinità con altre chiese edificate nell’area nei decenni di poco successivi al 1000.
Nel XIV secolo l’aggiunta di un transetto quadrato voltato a crociera (poi a botte, in età barocca) portò alla trasformazione del piccolo luogo di culto e al conseguente ampliamento in lunghezza. Attorno alla seconda metà del secolo seguente, anche l’abside fu completamente plasmata in stile gotico e decorata con un affresco di buona qualità: una scena di crocifissione con Maria, san Giovanni e la Maddalena ai piedi della croce e ai lati San Michele e un profeta, inquadrata sul fondo come un’ancona.
Nel giro di poche decadi l’affresco, non più rispondente al gusto del tempo, fu occultato dietro a un polittico rinascimentale di particolare valore, eseguito dal varesino Francesco De’ Tatti (attualmente esposto ai musei del castello Sforzesco di Milano), sulla cui predella é immortalata la figura di Imerio: con tanto di saio e bastone e il pugnale, strumento del martirio, confitto nel petto, il soldato di un tempo era stato tramutato a sua insaputa in pellegrino!
Nel 1572 nuovi lavori eseguiti su richiesta di san Carlo Borromeo, l’allora arcivescovo di Milano, portarono alla scoperta casuale di un sarcofago di pietra, sepolto da tempo immemore al centro della navata: esso costituiva la prima vera testimonianza concreta di quella fantomatica traslazione menzionata di sfuggita nella “Passio Sancti Gemuli”!
Ciò nonostante, il prezioso reliquiario litico fu nuovamente interrato. Per svelare parte dell’enigma si dovette attendere il 1928: data della definitiva riesumazione del cosiddetto “sarcofago di Imerio”, così soprannominato dalla tripudiante comunità di Bosto.
Dopo aver constatato che le ossa rinvenute nel sarcofago appartenevano a cinque esseri umani, accurate analisi antropologiche identificarono solo in uno di essi, un soggetto robusto, di sesso maschile, dai caratteri cranici “nettamente alpini”, il solo che “ivi avesse originaria sepoltura”. L’anno successivo le presunte ossa del martire furono ricomposte in una cassetta di legno e trasportate nella nicchia presso l’altare barocco della “Madonna del Pilastrello”. Premessa la necessità di contestualizzare storicamente un ambito di confine come quello delle Prealpi lombarde, ancora in posizione di continuo compromesso con un sostrato di pratiche paganeggianti per nulla sopite, a questo punto si inserisce l’interpretazione su Imerio e Gemolo ad opera dello scrivente.
In primis, la vicenda narrata pare scaturire da un comunissimo episodio di cronaca medievale: un’imboscata. Nel XII secolo, proprio al tempo in cui i monaci redassero il testo, molti pellegrini in viaggio attraverso le valli varesine erano caduti negli agguati tesi da bande capeggiate da tagliagole come il “Rosso da Uboldo”: il malfattore a cui le fonti attribuiscono diversi crimini, piuttosto che un’immagine scaturita dal passato, pare più un personaggio della cronaca del tempo. Forse che, a secoli di distanza dal duplice martirio, le penne d’oca del monastero di Ganna avessero deciso di svecchiare una tradizione obliata, per garantirle nuovo lustro?
In secondo luogo, é davvero difficile credere che la scorta armata di un vescovo possa essere stata sgominata da una banda di ladri, senza alcuna difficoltà. D’altra parte, anche la richiesta pacata del giovane Gemolo di restituire il maltolto, lungi dall’essere una genuina testimonianza della tradizione orale, suona più come un blando sermone stereotipato prodotto della più prolissa tradizione agiografica di provincia.
Se consideriamo pure che i presunti pellegrini, in verità, erano membri di un’ambasciata “ad limina apostolorum”, pratica invalsa al fine di rinnovare la fedeltà delle Chiese locali alla S. Sede, la struttura portante dell’intreccio narrativo viene definitivamente a mancare.
D’altra parte, gli studi inaugurati negli anni ’60 da don Francesco Galli con viaggi in Francia e Germania, volti a gettare nuova luce sull’origine dei “pellegrini della Passio”, non portarono ad alcun risultato. Le figure di Gemolo e Imerio, quasi intangibili, tendono da sempre a mischiarsi, quasi a confondersi: talvolta i due furono scambiati per fratelli e perfino gemelli, quando non addirittura ritenuti incarnazione dei due differenti volti della stessa persona!
Analizziamo i nomi dei due santi: non sono bassomedievali, ma d’età paleocristiana. Imerio deriva dal greco ῾Ιμέριος ossia “Himerios”, latinizzato in “Himerius”, di significato incerto ma forse derivante da etnonimo riferito all’antica città siciliana di Himera: i santi del primissimo medioevo provenivano pressoché tutti dalle terre di dominazione bizantina (vd. Sant’Imerio di Amelia, La Spezia) . Il nome Gemolo, invece, che deriva dal latino “hiemalis” ossia “invernale” alluderebbe all’acqua del fonte paleocristiano e bizantino, ossia quella battesimale: non per nulla, nel luogo in cui il giovane martire fu ucciso si palesarono miracoli legati alle acque rosse di sangue del torrente Margorabbia (colore dovuto alla presenza in zona di cave di porfido rosa), che vanno a confluire proprio nel laghetto di san Gemolo.
Per cui, si potrebbe ipotizzare che le notizie estrapolate dalla tardiva “Passio” parrebbero piuttosto riflettere un’epoca lontana per la quale le ipotesi oscillano tra il IV e il VI secolo.
Una fondamentale fonte d’ispirazione utile a comprendere il fenomeno ci é fornita da miti e leggende legate al culto dei gemelli, diffuse in diverse culture e caratterizzate da svariati elementi in comune. Nella maggior parte delle mitologie si ritrovano dei e semidei gemelli, dotati di poteri speciali. Presso le civiltà più antiche, molti miti traggono la loro origine dal salvataggio dell’astro solare da parte di gemelli celesti: già gli “Acvin”, cocchieri fratelli della mitologia persiana, imcarnavano il Cielo e la Terra, il Giorno e la Notte, la Stella del Mattino e quella della Sera. In Lombardia, tracce di una leggenda celtica narrano che Medelhan o Medhelanon, l’antica Milano, fosse stata difesa con le armi da due gemelli che per il loro valore furono resi immortali e tramutati in fiumi: l’Olona e il Lambro. Anche in Grecia i noti Castore e Polluce, eroici gemelli del mito greco detti Dioscuri, soccorritori d’uomini in difficoltà e della sorella Elena, personificazione solare, svelano un pantheon pagano prefigurante la personalità di molti santi cristiani.
Fu così che il cristianesimo, attraverso una grande pianificazione teologica e dottrinale, convertì le antiche divinità guerriere astrali in atleti di Dio.
Tra tutti i santi ispiratori, un ruolo di primo piano spetterebbe ai celebri gemelli Cosma e Damiano: medici della Cilicia, martirizzati nel IV secolo, non a caso mediante decapitazione, durante la persecuzione di Diocleziano e ampiamente venerati anche nelle terre dei laghi lombardi.
Il culto dei gemelli taumaturghi si sviluppò dapprima in Medio Oriente, presso città-santuario già dedicate al culto del dio guaritore Asclepio. Proprio come il suddetto nume della medicina vaticinó «se c’è da soccorrere un povero o uno straniero darete cure gratuitamente, perché dove c’è l’amore degli uomini c’è l’amore dell’arte» anche i due medici “anargiri”, dal greco “senza denaro”, praticavano la professione senza chiedere compensi
Preservata la memoria dei riti precristiani di “incubazione”, originariamente presieduti da divinità taumaturgiche come Asclepio, Iside e da Castore e Polluce, presso la basilica dedicata a Cosma e Damiano di Costantinopoli accorrevano centinaia di malati a passare la notte: durante il sonno i santi gemelli sarebbero venuti a curarli.
La fama dei due fratelli, divenuti ben presto patroni dei medici e invocati come risanatori di ogni male, presto si irradiò in Occidente: nel VI secolo erano così popolari che diversi templi di Roma antica furono tramutati in santuari in loro onore.
In parallelo, la Milano ambrosiana preserva una tradizione ugualmente antica (IV sec.): quella relativa ai santi Gervasio e Protasio. Perduti i genitori, i due gemelli vendettero i beni di famiglia per distribuirne il ricavato ai poveri e si ritirarono in una capanna dove passarono dieci anni in preghiera e meditazione. Denunciati sotto Diocleziano come cristiani dopo aver, rifiutato di sacrificare agli dei, i due furono condannati a morte, rispettivamente tramite flagellazione e ancora una volta, decapitazione.
L’effetto coppia inevitabilmente tendeva ad accentuare un’individualizzazione caratteriale, sia per i santi cristiani, sia per gli eroi pagani che apparivano in coppie. Spesso un gemello è un uomo di pensiero, l’altro d’azione; uno è costruttore, l’altro cacciatore. Castore fu pugile, Polluce domatore di cavalli; Gemolo un oratore, Imerio un soldato. Le rozze figure scolpite sul sarcofago di Bosto, raffiguranti il primo santo provvisto di tonsura, bastone crucifero e il secondo d’elmo e lancia confermerebbero definitivamente l’ipotesi qui proposta.

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